Racconto realizzato da Alessandro Radicchi, fondatore di Binario 95, per L’Osservatore di strada, sulla base dell’intervista effettuata ad una delle ospiti di Casa Sabotino.

Ci vedono sempre con gli occhi.

Guardano i capelli lunghi, il seno grande, le gambe sottili e slanciate. Nella forma delle mani invece, resta sempre il ricordo. Non cambierei mai quello che sono, perché io sono così. Capisco che classificare rassicura; allontanare il diverso, ciò che non ci rappresenta. Ma è proprio questo il punto: spesso non conosciamo e allora abbiamo paura. E allora avete paura. Anche di noi, che siamo nati in un corpo di uomo ma ci sentiamo donne.

Mio padre era un grande lavoratore, si è fatto in quattro per la famiglia, giorno dopo giorno; non esistevano pause, non esisteva il sabato o la domenica. Erano analfabeti i miei genitori, ma proprio per questo ci tenevano che noi studiassimo. E i soldi che mettevano da parte non bastavano per i vestiti, non bastavano per mangiare, ma per la scuola sì. La scuola aveva la priorità.

È stato mio padre il primo a non accettarmi, ecco perché capisco quanto sia difficile per voi.

“Solamente pensare che un uomo ti possa guardare mi fa venire il vomito…”, mi disse. E quella frase si è piazzata lì, in un angolo della mia testa, e torna e ritorna, sempre.

Immaginate un villaggio dell’Amazzonia, a quattro ore dal Perù e un’ora dalla Bolivia, poche centinaia di abitanti e il figlio di Thiago che si veste da donna. Immaginate la foresta, i tucani dal lungo becco arancione, il colibrì leggero e bellissimo, appeso nell’aria grazie ai suoi ottanta battiti di ali al secondo; le piante di guaranà, le orchidee colorate e regali… e poi questo strano fiore androgino che gira per il villaggio. Quanti sussurri, quanti sguardi.

Ormai era qualche mese che prendevo ormoni. Era stata Michel a dirmi come fare. Anche lei era nata nel villaggio con un nome da maschio, ma poi era stata fuori: Rio, Brasilia, San Paolo e anche Parigi e Roma. Era tornata per salutare la mamma ormai in fin di vita. Era bellissima Michel. Slanciata, capelli lunghi, la pelle del colore dell’ebano, un seno sodo e perfetto, e quello sguardo magnetico… Ecco come sarei voluta essere! Proprio come lei!

Anche il mio di sguardo stava cambiando e così il mio viso, il mio corpo. A mio fratello crescevano i peli, si abbassava il tono della voce e stava diventando uomo. Io a quattordici anni avevo incominciato la transizione e stavo finalmente diventando quello che volevo essere. Così.

Fu quando mio padre mi diede lo schiaffo che capii davvero quello che sarei stata disposta a mettere in gioco per la mia identità. Non lo aveva mai fatto, con nessuno di noi. Mi fece lavare tre volte la faccia per togliermi il trucco e poi mi tagliò i capelli a zero. Povero pai [papà]. Il dolore che provai sul viso era niente al confronto di quanto mi facesse male la sua di sofferenza. Lo amavo e mi straziava vederlo così. Ma che ci potevo fare?

Quello che avevano avuto i miei fratelli e le mie sorelle lo avevo avuto anche io, nello stesso modo; quello che mangiavano loro, lo mangiavo anche io; dormivamo nella stessa stanza da sempre, uno accanto all’altra, avevamo ricevuto lo stesso amore e le stesse sculacciate… ma io… io mi sentivo diverso… diversa. Che ci potevo fare?

Quando tutti erano fuori mi chiudevo nel silenzio della nostra cabana [casa rurale] mi spogliavo, mi guardavo allo specchio e piangevo. Perché provo cose diverse dagli altri ragazzi? Perché io guardo i maschi mentre loro guardano le ragazze? Perché mi piace vestirmi da donna?

Era una cosa che avevo dentro e nasconderla non avrebbe fatto altro che alimentare la mia depressione, fino a spegnermi lentamente. C’erano al villaggio uomini a cui piacevano altri uomini, qui si chiamano gay, ma non avevo mai sentito parlare di persone trans prima di incontrare Michel.

Quando lasciai il villaggio per andare a San Paolo assieme a lei, lo sguardo di mio padre era fermo, ma sofferente.

“Vuoi continuare questa vita?”, mi aveva detto.

“Sì, lo voglio!”, avevo risposto, come fosse la mia promessa di un matrimonio che non ha né sposo, né chiesa.

“E allora fallo, ma non con noi. Ti lascio un letto per dormire, ma non mangerai più qui. E se vuoi smettere di studiare non mi importa!”

Trattenni le lacrime a stento, per orgoglio. Mi aveva negato la bênção, la benedizione che ogni genitore da ai propri figli, quando si svegliano, quando vanno a dormire e quando partono per un viaggio. Questo mi dilaniava.

Ma l’abbraccio di mia madre, caldo e stretto, di lacrime e singhiozzi, quel profumo mi si era tatuato nel cuore. Quel profumo, che sento ancora oggi nei momenti in cui sono nel buio, quando la gente mi evita, quando mi guardano e poi si voltano e ridono; quando i clienti abusano di me oltre quello che dovrebbero; quando il vuoto mi riempie l’anima e rimbomba nel cuore la paura di morire, da sola, sul marciapiede di una strada di una città qualsiasi.

“Figlio, figlia, uomo, donna, pensate che mi importi?”, aveva gridato mia mãe [mamma] ai curiosi che sbirciavano dal muretto, “Ele é meu corpo, meu sangue, minha alma.”[lui è io mio corpo, il mio sangue, la mia anima].

Sono stata una donna fortunata in fondo, perché nonostante tutto, la famiglia non mi ha mai abbandonato davvero.

Ora sono io a supportare loro, gli mando tutti i soldi che posso. Li sento ogni settimana. Ma ho paura, perché la mamma è anziana e malata e non posso perderla. Mi ha dato tutto. Vorrei salutarla, ma in queste condizioni non posso muovermi. Forse, finte le visite, non appena riuscirò a rifare il permesso di soggiorno. “Protezione speciale”, si chiama, così mi hanno detto…

Ma il carattere testardo e la lingua tagliente, quelli sono di mio padre. Pace alla sua anima. Ci siamo riconciliati alla fine, in qualche modo. Dopo il suo ictus sono andata sette volte in Brasile a trovarlo. L’ultima è scoppiato a piangere, si è inginocchiato e mi ha chiesto perdono. Quella volta ho pianto con lui, abbracciando quel corpo ormai gracile come una foglia; lui che era stato la nostra roccia, il mio Samaúma [albero gigante che cresce nella foresta amazzonica]. Che poi, perdono… perdono di cosa?

È stato strano; resterà un momento sospeso nel tempo, di questa mia vita bizzarra e bastarda.

Ecco chi sono. Questo sono. Questa sono. E così voglio morire.

Ho fatto i miei sbagli, certamente. Ho visto le cose più brutte e paurose che un ragazzino di quattordici anni possa vedere. “Lo sai che devi fare quando arriviamo vero?”, mi aveva detto Michel mentre viaggiavamo verso San Paolo.

Prima di fare la transizione non ero mai andata con un uomo, ma poi, quando tornavo a casa mi inseguivano da lontano, anche al villaggio. Quegli stessi che la domenica alla messa mi guardavano dall’alto in basso e poi la notte mi venivano a cercare ai bordi della foresta.

“Ma… capisci, Estela, non posso far fare la comunione a Paulito! Non lo vedi come…”

“Certo che la può fare, don Rafael!”, gli aveva risposto mia madre, “lui davanti al Signore è esattamente come gli altri. O forse vuoi che si sappia in giro come guardi la Isabella mentre predichi? E dove vai il venerdì sera dopo il rosario?”

Sì, lo sapevo come era fare l’amore con un uomo, ma non immaginavo cosa potesse implicare essere pagati per farlo. Il denaro porta possesso, predominio, violenza. Diventi una merce che va usata. È vero, a volte mi piaceva, c’erano persone dolci e comprensive e c’era anche chi pagava molto bene. E chi veniva solo per parlare, per raccontare dei problemi che aveva con la moglie, con il compagno, a lavoro… senza fare nulla. A volte tentavano di

“salvarmi”, ma io non volevo essere salvata, mi andava bene così.

Cosa altro poteva fare a San Paolo negli anni settanta una persona trans se non prostituirsi? Chi ci avrebbe dato un lavoro con il nostro aspetto? Con il nostro modo di fare e di parlare.

Lo so, adesso non mi state ascoltando, mi state giudicando e vi capisco, non vi biasimo.

“Ma guarda che noi aiutiamo anche i trans…”. Ma che significa anche? Siamo forse una specie a parte? Non siamo esseri umani anche noi?

Ci vorrà tempo, ci vorrà amore e tanta speranza. Soprattutto da parte nostra; da parte mia.

Non credo nell’istituzione della chiesa, sono sincera. Nella notte, ne ho conosciuti personalmente aspetti troppo ipocriti. Ma credo in Dio. E sono certa che sia stato Lui a portarmi qui, a Casa Sabotino, in questo giardino pieno di angeli. Qui, dove forse la mia vita potrà ripartire e il buio diradarsi. E dove magari potrò anche riprendere a studiare.

Anche qui c’è un bel profumo, ed è incredibilmente simile a quello di mia madre.

Ah, non mi sono presentata: mi chiamo Gabriela.

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