12 Agosto 2017, a Roma il sole sorge alle 6.18 del mattino. La sveglia di Silvio suona 2 ore e 20 minuti prima del sole. Ogni mattina sveglia alle 4. Non troppo alta, la sveglia, che dorme con altre 10 persone, Silvio.

Ex barista, ex cameriere. Sveglio, veloce, obbediente, preciso, mai una polemica, disponibile agli straordinari, di sera, di domenica. Era bravo, Silvio, ma soprattutto, simpatico, sorridente ed estroverso coi clienti, senza mai essere invadente. Il perfetto banchista della colazione al solito bar, alla solita ora, ogni giorno. Quello a cui puoi chiedere “il solito, grazie”.  Quello che ti chiama per nome, ti serve il cappuccino come lo vuoi tu; che ci vai anche per quel sottile piacere di avere chi ti chiama per nome e sa già quello che vuoi. Poi Silvio, c’aveva la battuta, la chiacchiera. Non per cialtroneria, ma per mestiere. Le usava perché sapeva che se il cliente vuole la chiacchiera, il banchista gli deve dare la chiacchiera. Perché il cliente ha sempre ragione. Ci sapeva fare, Silvio e faceva guadagnare chi lo aveva a lavorare da lui. Un perfetto dipendente. Un perfetto barista, un perfetto cameriere. In 20 anni di lavoro, nessuno lo aveva mai mandato via. Mai un errore, un ritardo. In realtà un errore, Silvio lo ha commesso, 5 anni fa,  quando crede che un perfetto barista, è per forza un perfetto gestore di bar. Che se ti viene bene il caffè, ti verrà bene pure una caffetteria. Non funziona così. Aveva usato i risparmi di vent’anni per aprirsi un bar suo con un amico. Ma non funziona così. In due anni e mezzo ha perso il bar, l’amicizia col socio, la casa, i soldi, e poi, ultima, la macchina dove dormiva, e ultimissimi, uno a uno, i denti e con loro il sorriso, e col sorriso la possibilità di presentarsi a un colloquio per fare il lavoro che sa fare: servire e accogliere i clienti, bar o ristorante, fa lo stesso. Senza sorriso, senza denti, a 50 anni, il cameriere non lo fai. Si è ritrovato a passare le notti in autobus. Poi in un centro di accoglienza, dove da giugno, due mesi fa, almeno ha ripreso a doversi mettere la sveglia per andare a lavorare. Per carità, a volume basso, che alle 4 gli altri vogliono dormire. E quella sveglia, che da bambino era un mostro perché gli ricordava che doveva andare a scuola, ora è una specie di fatina che gli ricorda che è ancora vivo, che ancora è uomo. E’ il 12 agosto 2017. Suona la sveglia e già fanno 25 gradi. Esce dal centro alle 4.30 quando l’operatore è l’unica persona che può incontrare già sveglia, ma alla quale non può chiedere il caffè: la colazione si fa dalle 6 in poi. Si fa un’ora e mezzo di autobus (3 euro andata e ritorno), per attaccare alle 7.30. Arriva sempre un’ora prima, perché se l’auto si rompe o non passa, poi rischia di non fare in tempo. Così invece, male che vada, in due ore a piedi arriva in tempo senza sgarrare di un minuto. E’ una fabbrica di merendine dove ha un tirocinio – o una borsa lavoro, non sa nemmeno lui cos’è – fino a settembre. Gliel’ha attivata l’assistente sociale, con l’aiuto di Carla, la volontaria che portava i panini a Tiburtina, che invece ha trovato l’azienda: la fabbrica di impacchettamento di merendine di un suo amico, che le vuole bene e che il favore glielo fa volentieri, anche perché paga il Comune. Francesco lavora con la macchina imbustatrice, quindi non ha nemmeno il problema di farsi vedere senza denti. Questo lavoro lo può fare. Non è il suo mestiere, lui è cameriere, ma gli piace, evita l’imbarazzo di mostrare la bocca, e sta bene. Stacca alle 13, ma dice sempre al capo che se serve può rimanere. Si dà da fare per pulire, spazzare, buttare la mondezza, riordinare, fa anche quello che spetterebbe ad altri. E gli altri gli vogliono bene, ovviamente. Vuol mostrare che su di lui si può contare, che non si ferma al compitino, che se serve è sempre a disposizione. Uscito dalla fabbrica, alle 13, le mense sono troppo lontane per arrivare prima che chiudano: si prende un panino, morbido quanto serve per le sue gengive, orfane dei denti, per non ingoiarlo intero, e portarselo sullo stomaco fino a stasera. Poi, cerca un posto all’ombra – è un agosto torrido e fanno 40 gradi – per passare le 6 ore che lo separano dall’orario di apertura del centro, dalla firma sul foglio presenze, dalla doccia, e infine dal tuffo sul letto. Che domani si ricomincia. Una vitaccia, eppure, non sarà un lavoro,  non avrà un contratto, non stara diventando ricco (3 euro di autobus, 2 di panino, per 20 di rimborso tirocinio, fa 15 euro al giorno), però l’ha rimesso al mondo, questo tirocinio, anche se è agosto e Roma è deserta alle 4 di mattina, E’ estate, fanno 40 gradi, si sveglia alle 4 6 giorni su 7, si sbatte appresso a una macchina, e poi sta in giro fino alle 8 di sera. Però, da quando va in fabbrica, ha ritrovato l’energia di quando aveva vent’anni. E anche la chiacchera, la battuta pronta. E gli operatori insistono, lo coccolano, gli fanno i complimenti e gli dicono di non mollare, di continuare ad essere disponibile, a farsi vedere. Gli operatori sono convinti che verrà assunto, e, in fondo ne è convinto anche lui. E lo dice, ora che ha ripreso a chiacchierare. Ora che parla con le persone, come una volta al bancone del bar. Ora che ha qualcosa di bello di cui chiacchierare.

Passa agosto, e arriva settembre. La città si riempie di nuovo, di gente e di vita. Anche la fabbrica, coi rientri dalle ferie degli operai. Il 30 settembre 2017 scade il tirocinio di Silvio.

Il 1 ottobre 2017, alle 4 del mattino, fa fresco, 13°. Il sole sorgerà alle 7.07, ma non si vedrà. Sta piovendo.

Al centro di accoglienza la sveglia di Francesco stavolta non suona più. L’ha disattivata ieri sera. Fine del tirocinio. fine della sveglia. Niente lavoro. Niente più sveglia.

Silvio istintivamente, si sveglia da solo, si tira su sobbalzando, poi realizza… Gli sale un’amarezza profonda che gli taglia lo stomaco come un coltello. “ ‘O sai che c’è? Famo che ho sognato e nun ce penso più!”. Si ributta già e si rimette a dormire. Buonanotte, Francesco.

Buonanotte…

Roma. 

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