C’è che alla fine ti vergogni a dire che hai perso tutto e sei in mezzo alla strada. Claudio oggi ha 59 anni, Origini contadine, poche parole, pochissime: spesso silenzi. Educazione rigida: senso del lavoro, portare i soldi a casa, rispetto per la famiglia, occuparsi dei fratelli più piccoli. Lui, il più grande tra 3 sorelle,  quando papà se ne è andato – troppo troppo presto: aveva 14 anni – è diventato l’uomo di casa, in quel piccolo paese dal nome improbabile della Marsica. Ha fatto l’uomo di casa, come era stato educato: poche parole, anzi nessuna, regole, duro lavoro, ma se serviva qualcosa i fratelli sapevano che le sue mani callose da subito, e la sua schiena spezzata da sempre, non gli avrebbero mai fatto mancare un tozzo di pane.

Forse anche per questo, da quando si è separato dalla moglie, e soprattutto dai suoi due figli, nel 2011, Claudio non ha mai detto a nessuno, nemmeno ai fratelli, nemmeno ai figli, nemmeno all’ex moglie, che sta in mezzo a una strada. Perché per Claudio, che da ragazzo, morto il padre, è dovuto di diventare uomo molto presto, per Claudio un uomo vero non chiede. Un uomo vero dà. È quello che porta i soldi a casa e fa mangiare la famiglia. Se non porti i soldi a casa, non sei un uomo.

Oggi, sono passati 8 anni da quel novembre del 2011, in cui la moglie l’ha mandato via di casa; i figli, non ancora adolescenti, che lo guardavano senza capire che cosa avesse fatto di così brutto da far arrabbiare la mamma.

In realtà erano due anni che la mamma si arrabbiava, perché Claudio aveva pagato con l’umiliazione delle mattinate sul divano davanti alla TV, l’ingrato conto di essere diventato uomo troppo presto: contadino, manovale… A un certo punto ti si spezza la schiena, ti si bruciano i turbinati per le troppe vernici respirate, ti si accorcia il fiato, e dalla punta del piede alla schiena non senti nulla: solo il dolore tagliente del nervo sciatico. Era diventato lento  Claudio. Era spesso malato. Avvisava sempre, per carità, ma in edilizia, a 50 anni, se marchi visita, non ti chiamano più.

E una dopo l’altra, sono cominciate quelle dannate mattine sul divano. La frustrazione sua, e quella della moglie. Claudio zitto. Orgoglioso, obbediva e non parlava. Tutto dentro. Tutto silenzio, Claudio. Così in quel novembre del 2011 la moglie lo caccia di casa. E lui, zitto, orgoglioso, non dice niente, pensando che un posto dove dormire e un piatto di minestra, a Roma si trovano. Pensando che prima o poi la verità viene a galla. Pensando che è un momento e passerà. Pensando che uno che ha lavorato una vita, uno che ha sempre rispettato le regole, uno che ha cartelle cliniche e documenti, uno che ha dato da mangiare ai fratelli e si è comprato casa e due macchine, uno che non ha mai fatto mancare niente ai figli e alla moglie, uno così, alla fine, ha diritto a riprendere una vita normale. Lo pensa, ma non lo dice Claudio. Non lo dice a nessuno che è in mezzo a una strada. Perché si vergogna. Perché non è da uomini. E resta zitto. Come quel giorno di novembre in cui vede per l’ultima volta la casa che aveva comprato al prezzo di 3 protusioni discali.  Resterà zitto a lungo Claudio. Che da quel novembre del 2011 gli tocca anche il ruolo di protagonista nel cliché dei nuovi poveri di cui parlano i telegiornali

Prima una scusa  per farsi ospitare dal fratello. Poi un’altra per la sorella. Poi, finite le scuse, è la sua macchina in garage a fargli la casa. Poi sempre la sua macchina, ma spostata in un parcheggio isolato, perché l’ex-moglie ad avercelo a dormire nel garage di casa… proprio no. Poi anche la macchina gliela portano via. Come anni prima il lavoro, la serenità in famiglia, la stima dei figli, la casa. La stima di sé. Tutto via col carro attrezzi. E’ il 2012.

Oggi, sono passati 7 anni, da quando, persa anche la macchina, Claudio ha accettato di vivere nei centri di accoglienza. Ancora non ha avuto il coraggio di dirlo a nessuno. E sono passati 8 anni. Non l’ha detto nemmeno ai figli, che ora hanno 13 e 17 anni e ce l’hanno con lui, perché dopo le prime telefonate, poi si è fatto sentire sempre di meno. Gli ha raccontato sempre di meno. Non li ha mai invitati a vedere dove viveva o nei cantieri dove gli raccontava di continuare a lavorare. Un muro di silenzio. E ora i figli lo odiano. L’ex moglie lo odia da sempre. I fratelli lo odiano da quando qualcuno ha raccontato loro dove veramente vivesse Claudio. Lo odiano, perchè da un fratello che chiami ogni settimana,  ti aspetti che te lo dica lui che sta in un dormitorio, non che ti racconti balle.  Gli amici no. Non lo odiano. Semplicemente non lo ricordano. Con loro è letteralmente sparito. Scomparso. E ora non esiste più. Perché Claudio ha retto solo qualche mese a rispondere al cellulare raccontando bugie e fingendosi allegro. E non si è più fatto vedere al bar dove faceva colazione e nelle strade e nei quartieri dove abitava. Perché dopo un po’ le bugie diventavano troppo difficili da reggere. Meglio sparire. Meglio il silenzio. Per uno come lui, educato all’antica, cresciuto a silenzi, era la via più naturale.

Oggi, dopo 8 anni, Claudio ha un letto dove provare a riposare, in un centro di accoglienza. Un piatto di pasta a pranzo e una minestra a cena. Ha anche qualche soldo in tasca, con la pensione di invalidità, che gli lenisce i dolori che continuano a non farlo dormire. Oggi, Claudio si dice che sì, aveva ragione, 8 anni prima, quando pensava che un letto e da mangiare non gli sarebbero mancati, perché ne aveva il diritto.

Se lo dice, mentre passeggia a Garbatella, tra sè e sé. Perché non ha nessuno altro a cui dirlo che se stesso. “A 59 anni hai un posto letto e una mensa, Claudio. E siccome non puoi più lavorare, hai pure 280 euro al mese per gli antidolorifici alla schiena,  il diabete, e l’ipertensione. Claudio, che cosa ti manca?”, si domanda tra se e sé. Oggi è il 15 settembre 2019, e per una volta, l’unica da stamattina, l’unica negli ultimi 8 anni, tra i vicoli di Garbatella, Claudio lo sente il suono della sua stessa voce che risponde: “Sai cosa mi manca? Mi manca vivere”.

Sta facendo buio, e i vicoli di Garbatella risuonano dei rumori di piatti e di pentole delle cucine di casa. Le voci di mamme ai fornelli che sgridano i figli, e di amici che scherzano e parlottano in salotto prima di cena. Fa un sospiro, Claudio. Si accende una sigaretta e riprende il passo, lento, verso la mensa. Che ormai, anche per lui, si è fatta ora di cena.

E il solito silenzio lo inghiottisce di nuovo…   

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