Gruppi Aperti: da un modello di intervento sulla salute mentale delle persone senza dimora
al potere generativo della Comunità ai tempi del Covid-19

Il primo ciclo di incontri dei gruppi aperti

Il progetto pilota[1]“Gruppi Aperti di sosta, discussione comune, ascolto e confronto” è nato dalla collaborazione tra la Cooperativa Europe Consulting Onlus, e i conduttori del Gruppo il Dr. Giuseppe Riefolo, psichiatra psicoanalista DSM Asl Roma 1, SMES Italia, la Dr.ssa Silvia Raimondi, psicologa e psicoterapeuta SMES Italia[2].

Il primo ciclo di incontri del progetto G.A. è stato inizialmente proposto e svolto in un luogo noto e familiare alle persone senza dimora che transitano nell’ambito dell’offerta dei servizi del Polo Sociale Roma Termini[3], il magazzino sociale cittadino NeXtop, adiacente allo Sportello sociale, l’Help Center, e poco distante dal Centro Polivalente Binario 95, nonchè dalla sede Caritas di Via Marsala. La scelta di tale sede era volta ad offrire uno spazio d’ascolto e di confronto alle persone senza dimora che vivono o transitano sul territorio capitolino, proponendosi, per definizione “aperto” anche ai cittadini interessati e ai professionisti che, a vario titolo, operano nel sociale.

L’assunto con cui abbiamo iniziato questo progetto sperimentale è stato quello secondo cui attraverso la co-partecipazione al Gruppo i partecipanti vivono e co-costruiscono un’esperienza emotiva e sufficientemente sana, “potenzialmente capace di assicurare all’individuo la gratificazione di un certo numero di bisogni della sua vita mentale” (Bion[4]), potenziando l’attivazione delle risorse di ognuno per il cambiamento. Se poniamo che parte dei sintomi espressi dalla persone senza dimora non sono solo espressione di conflitti individuali inconsci, ma anche il risultato di un sistema di relazioni a vari livelli alterato e disfunzionale, l’efficacia dell’intervento terapeutico dei Gruppi Aperti, ha apportato azioni ristrutturanti a sostegno dei legami affettivi, ha definito in positivo dei ruoli e rinforzato alleanze sufficientemente buone fra i partecipanti, soddisfacendo bisogni di riconoscimento e identità, e migliorando in ultimo la comunicazione, sia verbale che non.

 

La fase pre–Covid: novembre 2019-marzo 2020 e il secondo ciclo di incontri

Per il secondo ciclo di incontri, reso possibile grazie ai finanziamenti della Fondazione Haiku[5], l’Equipe ha deciso invece di avvalersi di un setting diverso, sito all’interno della Stazione Termini, più precisamente al piano -1. I locali sono stati offerti in comodato d’uso da FS Italiane, con il benestare dei gestori affidatari degli spazi.

Tale scelta è nata dall’idea di intercettare un bacino di beneficiari che comprendesse oltre all’utenza dei servizi di prossimità del Polo Sociale Roma Termini, anche le psd che gravitano in stazione o che frequentano altri servizi del territorio.

Questo secondo “round” di sedute ha avuto inizio il 4 novembre 2019. Da quella data e fino al 2 marzo 2020 sono state effettuati, con continuità e a cadenza settimanale, 16 incontri. Dei 32 partecipanti, 9 ha presenziato ad un unico incontro, di questi 6 erano operatori sociali, i restanti 3 persone senza dimora, decidendo di disertare dopo il primo incontro. Più del 60% dei partecipanti (20 beneficiari) ha presenziato a un numero di incontri inferiore o uguale a 8, pari alla metà delle sedute effettuate. I restanti 4 hanno aderito presenziato per gran parte delle 16 sedute. In media, a ogni seduta, il gruppo si componeva di almeno 3-4 partecipanti, registrando come presenza minima la partecipazione di 1 e massima di 14.

Anche in questo caso, come per il progetto pilota, il gruppo dei partecipanti è stato per lo più composto da un’utenza afferente ai Servizi gestiti dalla Coop. EC (Centro Polivalente Binario 95, Rifugio S. Anna, Help Center). In un’unica occasione una persona senza dimora ha appreso del Gruppo da un altro beneficiario. Dei 32 partecipanti 10, di cui 7 persone in difficoltà, avevano già preso parte ad uno o più incontri proposti l’anno precedente nell’ambito del progetto pilota.

Nonostante la promozione presso altri servizi che si occupano di marginalità sociale e il cambio di setting, la maggior parte degli accessi è rimasta connessa ai Servizi della EC, dimostrando come faccia la differenza nell’invio un rapporto di presa in carico assiduo e accurato: laddove ci si fida della relazione creata coi servizi di presa in carico, ci si fida anche dei contesti affini.

A tal proposito ipotizziamo che l’aver sperimentato una relazione sicura nell’ambito di contesti protetti come i servizi per persone senza dimora, dopo anni di assenza dell’esperienza di accudimento, e la possibilità graduale di accedere al contatto con se stesso e con l’altro, mediato da operatori che lavorano di continuo per “bonificare” le comunicazioni, rappresenti la base per accedere al gruppo. I beneficiari dei servizi EC contattano e riattivano le proprie competenze relazionali e gli scambi con le relative Equipe diventano la “palestra” entro cui tornare ad allenare dinamiche emozionali rimaste “silenziate” da tempo. L’accesso diretto alle sedute da parte delle persone senza dimora che continuano a non accedere ad alcun servizio e a vivere nei pressi della stazione, senza il “ponte” relazionale spiegato, non è evidentemente immaginabile. È la relazione che offre possibilità e apre scenari di aiuto e riflessione.

La fase Lockdown Covid-19 a marzo-maggio 2020: gestire un’emergenza imprevedibile

Quello finora raccontato è quello che è andato secondo i piani.

Poi arriva il Coronavirus.

Arriva una pandemia mondiale, un lockdown inedito per le nostre abitudini di vita e di socialità; insomma, arriva un evento critico che non poteva essere messo in conto e con esso una città che si chiude dentro, in casa, il distanziamento sociale, la convivenza forzata, la paura di morte e il vissuto di solitudine.

In un città che chiudeva per anti-contagio, il Polo Sociale Roma Termini ha scelto di restare aperto, “aperto per Covid-19”.

Le persone senza dimora in questo periodo storico inedito hanno sperimentato paradossalmente quasi una rimozione da parte delle istituzioni che con la stessa indicazione di “rimanere a casa”, di fatto escludeva dalla strategia di difesa personale e collettiva un’intera fascia di popolazione, quella che la casa non ce l’aveva.

L’#Iorestoacasa che gridavamo dai balconi non valeva quindi per la popolazione senza dimora. Nei servizi di aiuto invece questa strategia di tutela ha visto una riformulazione di ogni attività in base alle possibilità del momento e alle risorse umane a disposizione nelle varie equipe, a fronte della chiusura delle scuole e delle singole situazioni di salute e familiari degli operatori.

L’assenza ulteriore di punti di riferimento e la riduzione delle possibilità di accesso ai servizi territoriali, sommate alle limitazioni previste per gli spostamenti e le conseguenti sanzioni hanno quindi reso queste persone ancora più esposte a fattori di rischio rispetto al resto della popolazione.

Il “distanziamento sociale” rischiava di diventare davvero invalidante dal punto di vista affettivo e nei casi più estremi un isolamento insostenibile, per chi a rischio di isolamento già era, inficiando una salute psichica già fragile per definizione. Abbiamo quindi attinto all’insegnamento dei Gruppi Aperti: la relazione è la cura. In particolare la relazione con e tra gli operatori e con e tra beneficiari dei servizi ci appariva la cifra utile a sopravvivere a questo inconsueto periodo storico.

 

Sostenere chi sostiene: il supporto ai beneficiari ma anche alle equipe dei servizi

Vista la portata a carattere di eccezionalità dei vissuti critici rilevati sia in operatori che nei beneficiari dei servizi, abbiamo pensato di valorizzare le competenze interne e avviare un gruppo di coordinamento inter-servizi rappresentato da referenti dei vari servizi della cooperativa EC, come i diurni e il notturno di Binario 95 e l’Help Center, Abili a proteggere del Dipartimento di Protezione Civile, e lo Sportello Unico per l’Immigrazione. Un gruppo di operatori che gestisse un intervento sulla salute di altri operatori e utenti, andando quindi ben oltre il target iniziale del progetto dei Gruppi Aperti.

Questa deviazione in itinere, date le peculiarità del momento storico vissuto, ha voluto rispondere ai bisogni che vedevamo via via emergere nelle equipe a contatto con un’utenza fragile, anzi, come spiegato sopra, ancor più fragile, in quello scenario generale di servizi in chiusura.

Si intravedeva un filo rosso nelle varie equipe di lavoro, comune denominatore emozionale: il vivere un lockdown e le relative preoccupazioni che l’inedito scenario della fase 1 e della fase 2 delle restrizioni anti contagio con un’utenza forse più esposta del resto della popolazione, ovvero quella migrante e senza dimora.

L’intento ci appariva sempre più quello di supportare l’operatore in servizio nel trovare nella sua “cassetta degli attrezzi di lavoro” le modalità ancora più attente cosicché potesse rivolgersi ad un’utenza che manifestava i sintomi di un malessere dovuto ad un contesto più ampio incerto e con ancor meno risorse da offrire. Insomma c’era da affrontare un’emergenza nell’emergenza.

Fortunatamente non abbiamo mai dimenticato che il primo strumento di lavoro dell’operatore rimane prima di tutto se stesso, ancor di più se si vive come più esposto ai rischi di un mestiere in cui non ci sono “camici” e “bisturi”, ma “solo” strumenti unicamente relazionali. Tra questi i primi a cui abbiamo pensato sono stati gli spazi di ascolto e confronto dove prendersi cura di chi si prende cura.

Si è voluto cercare uno strumento per dare voce alle preoccupazioni degli operatori per la propria salute e quella dei propri cari che più del solito sono emerse come centrali nel proprio vissuto e nel rapporto con l’utenza, rischiando di limitarne il campo di azione in un contesto allargato già notevolmente deficitario.

Siamo andati alla ricerca dei bisogni impliciti e espliciti delle equipe per rispondervi più tempestivamente possibile, contenendo gli aspetti depressivi, di ansia o di aggressività che potevano emergere.

Sono così gemmati spazi di confronto tra operatori svolti tramite debriefing dedicati o laddove impossibile in presenza, svolti tramite videochiamata sfruttando la forma dello smartworking.

A Binario 95 o al Rifugio S. Anna i gruppi con gli ospiti sono avvenuti in presenza secondo le regole di distanziamento sociale previste dai decreti ministeriali e con ossequiosa osservanza delle norme igienico sanitarie.

Abbiamo voluto quindi attingere allo strumento di supporto ai beneficiari conosciuto grazie dall’esperienza dei Gruppi Aperti: ma serviva ripensare il metodo nell’esperienza eccezionale della pandemia, metodo fatto di confronto e discussioni aperte, di spazi di riflessione e valvola di sfogo dei vissuti emotivi via via emergenti. È stata forse questa la soluzione più creativa di cui abbiamo beneficiato in questi mesi, “preparando la cena con quello che avevamo nel frigo”.

I Gruppi Aperti, intesi come Aperti alla comunità e all’accesso di volta in volta possibile in formula libera agli incontri, sono naturalmente divenuti “Gruppi di Comunità”.

Gli spazi di confronto con i beneficiari dei servizi sono avvenuti tramite gruppi a cadenza ciclica, nei quali esplorare e accogliere vissuti emotivi, preoccupazioni e fantasie relativi alla fase attuale, anche qui indagando i bisogni inediti di questo periodo, ma anche esplorando i livelli di consapevolezza e le informazioni recepite dalle innumerevoli fonti; sondare, infine, l’eventuale presenza di risorse altre, attive o attivabili.

D’altra parte in contemporanea si sono continuati a svolgere gli incontri, 6 in totale, tra i membri dell’equipe dei Gruppi Aperti, anche in questo caso tramite videochiamata, al fine di accompagnare un percorso apparentemente sospeso ma vivo nei vissuti dei partecipanti che tramite gli operatori facevano arrivare i propri commenti, dubbi e domande sulla ripresa degli incontri. Incontrarsi nonostante la sospensione è stato poi fondamentale per aggiustare il tiro di queste nuove prassi gemmate dal precedente modello di intervento.

Anche in questo caso aprirsi al confronto in equipe ci è sembrata la formula vincente per supportare i singoli e le equipe allargate nei nuovi percorsi di riflessione e confronto nati durante il lockdown.

Sebbene l’offerta dei servizi EC diretti alle persone senza dimora e all’utenza migrante sia variegata, comprendendo centri diurni, centri notturni, sportelli di orientamento e accoglienza, e un magazzino sociale, possiamo rilevare come comuni denominatori alcune conseguenze psicologiche e alcuni vissuti emotivi osservati in operatori e utenti: il sovraccarico di informazioni da tg/social e spesso la parallela mancanza di consapevolezza o di informazioni precise rispetto a quanto stava accadendo nel Paese/Mondo, comprese le situazioni dei propri familiari lontani; l’interruzione a data da destinarsi dei progetti di vita degli utenti assistiti, unita quindi alla percezione di un’ansia diffusa per il futuro specie per questioni burocratiche rimaste in sospeso e per le possibilità lavorative ancora più critiche nella crisi socioeconomica che si affacciava già in quella fase. Ma anche il soffrire l’inattività e la costrizione delle regole comunitarie nei centri diurno e notturni come Binario 95 e Rifugio S. Anna, regole a volte non comprese fino in fondo dagli ospiti, i quali già prima del Covid faticavano a prendersi cura di sé e a rispettare le regole di convivenza; la loro insofferenza alla coabitazione forzata con i compagni/e di centro. Queste criticità facevano da specchio ai vissuti degli operatori che vedevano invece la necessità di dover rispondere a nuovi bisogni emersi nei loro assistiti, e la relativa urgenza di riformulare velocemente l’offerta dei servizi, tutto in uno scenario allargato in cui molti centri per persone senza dimora chiudevano a pioggia e le stesse accoglienze nel circuito cittadino venivano bloccate per contenere i contagi in atto.

La gestione competente del “panico” di contagio da parte degli operatori e la possibilità di contare sull’equipe, che veniva percepita spesso preparata e salda, ha avuto un effetto positivo anche sugli ospiti, facendo la differenza nel contenere comportamenti di agitazione e aggressività. Dei beneficiari dei servizi, c’è da sottolinearlo, nessuno ha dimostrato paura non controllabile/panico rispetto al contagiarsi laddove la positiva bolla di isolamento e filtro delle informazioni condivise esercitato dalle equipe li ha di fatto nel complesso protetti da una psicosi dilagante.

Anche l’aver fatto esperienza che si era tutti, operatori e utenti, nella stessa identica situazione rispetto ad una minaccia esterna, ovvero a rischio privazione dei contatti relazionali abituali e che tutti potevamo fare molto nel quotidiano per contribuire alla salute degli altri (per esempio osservando e migliorando i propri comportamenti anti “contagio”) sono stati vissuti come elementi positivi, di risorsa, rispetto alla gestione/supporto dei beneficiari dei servizi e rispetto alla possibilità di svolgere il proprio lavoro con quanta più serenità possibile.

Inoltre, il tentativo, riuscito, di trovare una modalità di contatto non fisico, ma morale, per rispettare le procedure, creando spirito di alleanza con gli utenti e mettendo in gioco un fare positivo senza rimozione della paura, rabbia, e senso di abbandono, ma piuttosto condividendoli, ha sicuramente funzionato nel vivere l’emergenza.

Possiamo quindi concludere che dai vissuti emersi in quella fase così critica della nostra storia di servizi rivolti alla popolazione in stato di marginalità sociale, spicca tra tutto l’importanza rivolta all’aspetto relazionale tra le persone, come strumento di resilienza e risorsa fondamentale che ha aiutato a vivere in modo sufficientemente buono il momento critico generale del lockdown, soprattutto rispetto agli aspetti di isolamento forzato e solitudine, che potevano apparire come la peggiore conseguenza psicologica del periodo di diffusione del virus.

Potremmo dire, il potere generativo della Comunità, di cui tutti gli individui che ne fanno parte si dovrebbero nutrire, se vogliono godere di un benessere psicologico, diritto di ognuno di noi. Ma anche la visione della crisi come stimolo per avviare una “fucina” sociale generatrice di nuovi metodi di intervento e riflessioni sulle risorse a disposizione, in uno scenario collettivo che appare sempre più arido e complesso per le persone in stato di marginalità sociale.

 

[1] Per il primo ciclo di incontri del progetto pilota Gruppi Aperti, si può fare riferimento all’articolo su Shaker Web al seguente link: https://shaker.roma.it/2018/12/16/salute-mentale-persone-senza-dimora-lesperienza-dei-gruppi-aperti/ 

[2] SMES (Salute Mentale ed Esclusione Sociale) Italia, è un’Associazione di Promozione Sociale senza fini di lucro nata nel 2017 dalla convergenza di psichiatri, psicologi, educatori, operatori e ricercatori sociali, appartenenti a diversi enti attivi nel campo dell’inclusione sociale, sulla necessità di sviluppare un organismo, con sede in Italia, che traducesse l’impegno e la mission perseguita da anni a livello europeo da SMES Europa, ovvero quella di sviluppare risposte, riflessioni, progetti sul tema, appunto, dell’esclusione sociale connessa con il disagio mentale. 

[3] Polo Sociale Roma Termini: nasce dall’impiego sinergico di risorse messe a disposizione da Comune di Roma, Ferrovie dello Stato Italiane, ONDS e Cooperativa Europe Consulting ONLUS presso i locali della Stazione Roma Termini. 

[4] Bion W.R. (1971). Esperienze nei gruppi. Armando Editore 

[5] La Fondazione Haiku Lugano, istituita nel 2014, non ha scopo di lucro e persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale, destinando i propri contributi a iniziative promosse dagli enti del terzo settore (ong di sviluppo, associazioni di volontariato, cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, gruppi riconosciuti). 

AUTricE 

 

 

Alessia Capasso
Operatrice Sociale, Psicologa e Psicoterapeuta

BINARIO 95

Via Marsala, 95

00185 Roma

 

Un progetto della cooperativa sociale Europe Consulting Onlus

 

Telefono

06.44360793

Partners

Roma Capitale - Dipartimento delle Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute

Ferrovie dello Stato Italiane

Regione Lazio

 

 

 

 

Per le fotografie utilizzate all'interno del sito si ringraziano: Massimo Bracaglia, Marco Cavallo, Antonella De Chellis, Sara Gargiulo, Giorgio Pagliarulo, Simona Pesce,
Giovanni Sabato, Arianna Screpanti, Melissa Svenson.